La Corte Penale Internazionale non indagherà sulla complicità delle aziende d’armi nel conflitto in Yemen
Prodotte in Europa, sganciate sullo Yemen: la CPI rigetta la richiesta di aprire una inchiesta sul coinvolgimento di aziende militari europee (in particolare Rheinmetall e la sua controllata RWM Italia) nel sanguinoso conflitto yemenita
Mentre l’azienda tedesca produttrice di armamenti Rheinmetall (che controlla RWM Italia, fabbrica da cui sono partite bombe sicuramente utilizzate nel conflitto armato nello Yemen) annuncia vendite record, i civili yemeniti hanno subito un ennesimo colpo negativo nella loro ricerca di giustizia internazionale. Dopo oltre 6 anni di esami preliminari, l’Ufficio del Procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI) ha confermato che non aprirà un’indagine sulla responsabilità legale dei governi europei e delle aziende d’armamenti in presunti crimini di guerra in Yemen. «Il radicamento dell’impunità nel corso di un decennio di conflitto non ha solo aggravato la catastrofe umanitaria, ma ha anche alimentato la persistenza e l’escalation delle ostilità. L’assenza di responsabilità internazionale ha di fatto concesso un ‘via libera’ a tutte le parti, incluso il gruppo armato Ansar Allah (Houthi), a continuare a commettere gravi violazioni che aggravano la sofferenza umana e minano qualsiasi prospettiva di stabilità nello Yemen» sottolinea Radhya Al-Mutawakel, Presidente della ONG yemenita Mwatana per i Diritti Umani.
La decisione della CPI risponde a una Comunicazione congiunta ai sensi dell’articolo 15, con cui si richiedeva alla Corte di indagare se attori corporativi e governativi europei abbiano concorso nei presunti crimini di guerra commessi da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in Yemen attraverso la vendita di armi. La Comunicazione era stata presentata nel 2019 da ECCHR, Mwatana per i Diritti Umani, Amnesty International, Campaign Against Arms Trade, Centre Delàs e Rete Italiana Pace Disarmo.
Il documento di 350 pagine è stato il primo nel suo genere a chiedere alla CPI di affrontare la questione della responsabilità nel commercio di armi. Descrive in dettaglio informazioni fattuali su 26 attacchi aerei condotti dalla coalizione saudita-emiratina (su edifici residenziali, scuole, ospedali, un museo e siti patrimonio dell’umanità) che potrebbero configurarsi come crimini di guerra ai sensi dello Statuto di Roma. Nonostante le chiare e documentate istanze di attacchi indiscriminati e sproporzionati, aziende d’armamenti di Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Spagna hanno continuato a rifornire i membri della coalizione con armi, munizioni e supporto logistico. Ministri e funzionari governativi hanno facilitato queste esportazioni concedendo licenze di esportazione.
L’Ufficio del Procuratore non ha fornito alcuna motivazione giuridica specifica per la sua decisione di non aprire un’indagine preliminare. Ciò avviene nonostante le crescenti richieste alla comunità internazionale di ritenere responsabili le aziende d’armamenti quando le loro vendite di armi consentono la commissione di crimini internazionali. In tutto il Medio Oriente, continuiamo ad assistere alle devastanti conseguenze di conflitti alimentati da armi di fabbricazione europea.
Il ciclo dell’impunità persiste, perpetuato dal fallimento del sistema internazionale di giustizia nel ritenere responsabili i potenti attori dell’industria della difesa. Gli sforzi per ottenere giustizia sono proseguiti attraverso contenziosi strategici a livello nazionale contro gli attori nominati nella Comunicazione. Sebbene i casi in Italia e nel Regno Unito non abbiano dato luogo a accertamenti di responsabilità, un esposto penale contro trafficanti d’armi è pendente in Francia, così come due ricorsi dinanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
«Deploriamo la decisione della CPI di non esaminare la complicità delle aziende europee d’armamenti nelle violazioni del diritto internazionale umanitario durante il conflitto in Yemen. Di fronte alla persistente instabilità geopolitica e ai conflitti alimentati dal commercio di armi, la CPI ha un ruolo essenziale da svolgere nel perseguire la responsabilità di tutti gli attori del conflitto, comprese le aziende e le industrie di armi» evidenzia Chloé Bailey, Consulente legale senior presso lo European Center for Constitutional and Human Rights
«Sebbene la CPI abbia mancato di portare avanti questo caso, i principi delineati nella Comunicazione restano validi: sia i funzionari statali che i dirigenti aziendali hanno una diretta responsabilità quando forniscono consapevolmente armi utilizzate per commettere crimini di guerra» aggiunge Patrick Wilcken di Amnesty International
«Anche se l’esposto penale avviato dai gruppi della società civile per le bombe vendute all’Arabia Saudita e usate per uccidere civili in Yemen non si è concluso con un processo, la decisione del Giudice dell’udienza preliminare di archiviare il caso ha nondimeno riconosciuto una violazione del Trattato sul commercio delle armi. È per questo che abbiamo presentato un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo e per questo un’azione della CPI sarebbe stata essenziale. Le vittime e le loro famiglie meritano giustizia, e le vendite di armi che mettono in pericolo vite civili innocenti devono essere fermate» conclude Francesco Vignarca, Coordinatore Campagne della Rete Italiana Pace Disarmo
Made in Europe, bombed in Yemen
ICC must investigate European responsibility in alleged war crimes in Yemen

