La “riforma Crosetto”: le nuove generazioni come riserva permanente per la guerra

La “riforma Crosetto”: le nuove generazioni come riserva permanente per la guerra

Rete Italiana Pace e Disarmo si oppone alla riforma Crosetto” della Difesa: non porta sicurezza, militarizza la società, sequestra il futuro delle nuove generazioni sacrificandole all’idea di “mettere gli stivali sul terreno”. E’ una proposta che pianifica e rende ineluttabile la guerra.

Bisogna difendere i valori della nostra Repubblica dal tentativo di trasformarla in una enorme caserma. La vera alternativa è la difesa civile, non armata e nonviolenta

 

DOCUMENTO DI POSIZIONAMENTO – GIUGNO 2026

 

Una prospettiva di aumento di spese militari e soldati o l’investimento in riforme di difesa civile e nonviolenta, capaci di costruire strade di Pace positiva? Questa è la domanda che la Rete Italiana Pace e Disarmo pone alla società civile e a tutta l’opinione pubblica italiana di fronte alle bozze dei Disegni di legge promossi dal Ministro Guido Crosetto per una riforma della Difesa militare.

Nelle ultime settimane il dibattito si è fermato alla domanda sbagliata, se il Governo cioè volesse o meno reintrodurre la leva obbligatoria. La risposta tecnica è no. Ma è proprio quella risposta a nascondere ciò che sta davvero accadendo. I due provvedimenti, resi pubblici in due bozze provvisorie, non riportano lItalia alla coscrizione del Novecento ma disegnano qualcosa di più profondo e duraturo: uno Stato sempre più predisposto a fare della guerra una possibilità permanente e organizzata.

Non è “la leva”, ma qualcosa di più strutturale

Il primo disegno di legge supera il modello dellesercito professionale “puro” e costruisce una forza multilivello. Accanto ai reparti militari permanenti si istituisce “un sistema di riserve”: una operativa, una territoriale e una specialistica. Il grande bacino da cui attingere e chiedere piena disponibilità è quello dei giovani e delle giovani verso il quale il Governo sta facendo poco o niente per soddisfare la loro voglia di futuro. Il personale in congedo verrebbe vincolato per cinque anni a una disponibilità diretta, con il Governo che si attribuisce la possibilità di richiamare dautorità i riservisti durante le crisi, a seguito di passaggio parlamentare di soli cinque giorni. Soprattutto, in questa ottica, viene superata la filosofia riduzionista della cosiddetta “riforma Di Paola” del 2012 (mai applicata completamente e nei tempi previsti, perché quando si tratta di tagliare gli ambiti militari c’è sempre un ritardo…): entro il 2033 si ipotizzano oltre 42 mila unità aggiuntive tra Forze Armate, Sanità militare e Arma dei Carabinieri.

È uninversione di tendenza storica. ed è il punto cruciale che vogliamo portare allattenzione dell’opinione pubblica: la crescita della spesa militare non sarà più legata soltanto allacquisto di nuovi sistemi darma, come già successo copiosamente negli ultimi anni, ma riguarderà in modo crescente laumento degli effettivi. Portando dunque a una spesa strutturale e permanente: stipendi, costi di mantenimento e attivazione delle riserve, incentivi, infrastrutture di reclutamento e acquartieramento. Una scelta che peserà per decenni sui bilanci pubblici dello Stato (spesa stimabile e aggiuntiva a quella attuale di circa 7/8 miliardi di euro annui, a regime) che affosserà le altre priorità del Paese (ambiente, lavoro, sanità, istruzione, welfare).

Per rendere appetibile la riserva l’ipotesi messa sul tavolo è quella di un vero e proprio “ecosistema di convenienza”: 130 euro netti per ciascuna giornata di addestramento, un premio annuale al completamento del periodo addestrativo di 1.300 euro, aspettativa garantita sul posto di lavoro, decontribuzione totale per i datori di lavoro, tutele occupazionali dopo il richiamo. Si compie così un salto di qualità verso la “warfare society”: una società militarizzata non solo dagli armamenti, ma anche attraverso un sistema di incentivi, organizzazione del lavoro, formazione e cultura pubblica che spingono verso una “società caserma”. In questo quadro va collocata anche la crescente e preoccupante presenza delle Forze Armate nella scuola e nelluniversità, con il tentativo, sempre più palese, di trasformare la formazione pubblica in un segmento organico della filiera del reclutamento.

Il secondo disegno di legge completerebbe il primo sul piano dellordinamento strutturale della Difesa militare: centralizzazione del comando interforze, istituzionalizzazione della guerra ibrida e del dominio cyber con operazioni anche in tempo di pace, introduzione in modo organico dell’uso di droni e sistemi autonomi senza alcun riferimento al principio del controllo umano significativo, con deroghe ambientali per i progetti infrastrutturali militari e ampiamente dellautonomia negoziale e industriale della Difesa. Con conseguente indebolimento del controllo del Parlamento e delle Amministrazioni su molti aspetti. Il baricentro si sposterebbe in maniera preoccupante dal “controllo democratico” alla disponibilità operativa continua” che permette stati di eccezionalità quasi strutturali e continui (un esempio in tal senso lo abbiamo avuto negli ultimi 11 anni con l’operazione “Strade Sicure”, creata come strumento di emergenza e continuamente prorogata ben oltre il proprio orizzonte iniziale).

Queste riforme, per il completamento delle quali il Ministro si appella alla responsabilità delle forze d’opposizione parlamentare in nome di una retorica e indefinitaunità nazionale”, non arrivano nel vuoto: sono il completamento interno delle scelte compiute in sede europea e atlantica, dalladesione alla nuova stagione del riarmo continentale alla disponibilità ad allinearsi allobiettivo del 5% del PIL in ambito NATO. L’idea di fondo è che prima si è impostato il riarmo (sottraendo risorse alle spese sociali) e ora occorre provvedere agli effettivi che dovranno usare gli assetti militari che ne derivano.

Democrazia al bivio: militarizzazione della società o un sistema di difesa compatibile con la Costituzione?

Con la presentazione di queste ipotesi di riforma dello strumento militare non siamo davanti a un passaggio meramente “tecnico”, ma a un bivio politico e democratico. Perché sul tavolo ci sono due strade possibili e due visioni opposte di cosa siano la sicurezza e la difesa dell’Italia.

Da un lato lidea (fallace, pericolosa e dannosa) che più spese militari, più soldati e più militarizzazione ci portino pace e sicurezza. Una promessa continuamente ripetuta e mai realizzata (oltre che smentita dai fatti): gli ultimi due decenni e mezzo di corsa alle spese militari e agli interventi armati non hanno reso il mondo più sicuro, ma lo hanno profondamente destabilizzato. Le guerre e il continuo ricorso alla forza e alla prepotenza delle armi stanno provocando la crisi definitiva delle Istituzioni preposte alla tutela del diritto internazionale. Le guerre chiamano altre guerre e in questo infinito alimentarsi stanno bruciando Paesi, risorse, generazioni e il Pianeta stesso. Lungi da essere deterrenza questo modello di difesa diventa propellente da gettare nel fuoco dei conflitti, in una spirale infinita e senza soluzione. Il negoziato, la diplomazia, la politica sono le prime vittime di questa deriva. Ma senza negoziato, diplomazia e politica le guerre sono destinate a rimanere eterne.

Dallaltro lidea (che è la nostra) per cui la Pace declinata in senso positivo si prepara con istituzioni e strumenti di Pace: la prevenzione e mediazione dei conflitti, in ottica di trasformazione nonviolenta degli stessi, la diplomazia ancorata al Diritto Internazionale, la creazione di strumenti di interposizione e intervento nonviolento tramite i Corpi Civili di Pace, la creazione di Ministeri e Dipartimenti che pensino e mettano in pratica queste politiche. Ma soprattutto una prospettiva che parta dalla protezione delle persone, della loro salute, dei loro diritti e del loro futuro per una sicurezza collettiva e condivisa, non una logica permanente di confronto e di scontro basata sulla costruzione “del nemico” e su un approccio binario, superficiale e strumentale da “banalità della guerra”.

Se si ritiene davvero necessario costruire resilienza nazionale, perché gli stessi incentivi economici, previdenziali e organizzativi riservati alla funzione militare non vengono destinati anche alla difesa civile (che andrebbe strutturata istituzionalmente)? Perché non investire nella protezione civile, nella mediazione dei conflitti, nella sicurezza climatica, nella cybersicurezza civile, nel servizio civile universale? Una domanda alla quale le due riforme non rispondono: perché scelgono ununica visione e un’unica strada, quella militare.

Riteniamo inoltre necessario allertare con chiarezza come la strada prefigurata da questa riforma rischierebbe comunque di riaprire, nel medio periodo, ipotesi di ritorno a forme di obbligatorietà del servizio militare, oggi non previste e negate ma rese più probabili da una macchina costruita per mobilitare in modo crescente la popolazione. Una deriva inaccettabile, che va fermata ora quando ancora è possibile scegliere unaltra direzione.

Lalternativa è il ripudio della guerra perché “unaltra difesa è possibile”

Lalternativa a questo preoccupante scenario non è unastrazione da costruire, ma è già scritta nella nostra Costituzione. La difesa della Patria, solennemente sancita dall’articolo 52 della Costituzione in nessun caso può essere concepita come “minaccia alla libertà degli altri popoli” (articolo 11 della Costituzione). Tutti i modelli di difesa, anche quello armato, devono conformarsi al dettato costituzionale. La legge d’iniziativa popolare Unaltra difesa è possibile” (promossa da Rete Italiana Pace e Disarmo insieme a CNESC e Sbilanciamoci!)  di cui è in corso la raccolta delle firme muove esattamente in questa direzione. Listituzione e il finanziamento del Dipartimento della Difesa civile, non armata e nonviolenta da costituirsi sotto al Presidenza del Consiglio dei Ministri è un pezzo importante di questo ragionamento.

La nostra proposta riconosce la difesa civile come componente a pieno titolo del sistema nazionale di difesa e di sicurezza, in attuazione degli articoli 2, 11 e 52 della Costituzione. Il Dipartimento coordinerebbe i Corpi civili di pace e un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo, in sinergia con la protezione civile e il servizio civile universale, e consentirebbe ai cittadini di sostenere questa scelta attraverso unopzione fiscale. Per portarla in Parlamento servono ora almeno 50 mila firme.

Qui sta il cuore della questione. Non solo manca, nel nostro Paese, un luogo istituzionale e strutturale per la difesa civile, non armata e nonviolenta, ma la stessa possibilità di poter scegliere tra due idee diverse di futuro. La riforma Crosetto vorrebbe portarci verso una militarizzazione permanente mentre la nostra Campagna sceglie una preparazione creativa, continuativa e quotidiana della Pace. Sono due modelli differenti e alternativi, e i cittadini e le cittadine italiane devono potersi esprimere su quale strada vogliano intraprendere

Il nostro impegno e il nostro appello

Per tutte le ragioni sopra espresse Rete Italiana Pace Disarmo:

  • si oppone con nettezza all’ipotizzata “riforma Crosetto” della Difesa militare e alla deriva di militarizzazione che essa rappresenta, così come alla crescita strutturale e permanente della spesa militare legata allaumento degli effettivi e delle riserve
  • denuncia il rischio di un ritorno, anche graduale, a forme mascherate di obbligatorietà del servizio militare, e lerosione del controllo democratico e parlamentare sulle scelte di guerra e di spesa
  • rivendica unidea di “sicurezza condivisa”, fondata sulla protezione delle persone, sul rafforzamento dei diritti e sulla costruzione di un sistema diffuso e collettivo (nel nostro Paese e a livello internazionale) di rapporti fra comunità
  • invita tutte le forze sociali per la pace, la nonviolenza e il disarmo a farsi carico di questa prospettiva e, come prima scelta concreta, a sostenere la campagna per la Difesa civile, non armata e nonviolenta “Un’altra difesa è possibile” (www.difesacivilenonviolenta.org)

La domanda decisiva non è quante riserve mobilitare. La domanda è quale idea di sicurezza vogliamo costruire per il futuro dellItalia e dellEuropa. La riforma Crosetto sequestra il futuro delle nuove generazioni alle quali si prospetta quello di “uccidere o morire”. La nostra invece chiede il pieno protagonismo delle giovani generazioni per la costruzione di un mondo e di una società non più basati sulla violenza e l’arbitrio. Invitiamo tutte e tutti a mettersi a disposizione firmando per la difesa civile, e a scegliere con noi.

 

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